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glaucoma e guida - Neovision Cliniche Oculistiche

In occasione dell’edizione 2019 dell’Annual Meeting of the Association for Research in Vision and Ophtalmology, il professor Myers, direttore del Wills Eye Hospital di Philadelphia, ha presentato i risultati di uno studio sulla correlazione tra glaucoma e numero di incidenti d’auto. I risultati della ricerca sono piuttosto interessanti, perché ci danno la misura del potenziale impatto che una patologia come il glaucoma, spesso ancora troppo sottovalutata, può avere anche a livello sociale.

Glaucoma e guida: i dettagli della ricerca

La ricerca ha preso le mosse dalla considerazione generale che mano a mano che l’età avanza, i problemi di tipo visivo possono peggiorare. L’obiettivo, nello specifico, era valutare e stimare la correlazione tra numero di pazienti affetti da glaucoma e percentuale di incidenti alla guida. La ricerca ha coinvolto 120 pazienti affetti da glaucoma in stadi differenti di avanzamento.

Lo studio ha preso in esame diversi parametri:

  • capacità visiva;
  • acutezza visiva;
  • visione binoculare;
  • campo visivo;
  • visione periferica.

I pazienti sono stati monitorati per oltre 5 anni, durante i quali sono stati sottoposti a differenti test visivi. A questi pazienti, inoltre, veniva chiesto se fossero stati coinvolti recentemente in qualche incidente stradale.

Al termine dello studio, i risultati hanno mostrato come i pazienti affetti da glaucoma rischiano di essere vittime di incidenti stradali ben tre volte di più rispetto ai pazienti non affetti dalla patologia. E questo accade nonostante siano dichiarati idonei alla guida.

Cosa si può evincere dallo studio del dr. Myers?

La ricerca ha avuto luogo negli Stati Uniti, ma le sue conclusioni sono applicabili ai pazienti affetti da glaucoma in tutto il mondo. L’obiettivo non è, naturalmente, di privare della patente chiunque sia affetto da glaucoma: piuttosto, si cerca di sensibilizzare al tema della prevenzione e di spronare i pazienti in età avanzata a recarsi dall’oculista. Non dimentichiamo che il glaucoma progredisce silenziosamente, e che spesso provoca danni irreversibili al nervo ottico senza che il paziente ne sia pienamente consapevole.

Fonte: MdMag.com

Il consiglio: fare prevenzione e seguire la terapia prescritta

Chi soffre di glaucoma deve attenersi a controlli periodici e seguire alla lettera le indicazioni terapeutiche dell’oculista. Lasciar passare troppo tempo tra un controllo e l’altro o dimenticarsi di assumere i farmaci prescritti può condurre ad uno stato di ipovisione non trascurabile. Uno studio recentemente pubblicato sull’American Journal of Ophtalmolgy ha segnalato come ben il 45% dei pazienti affetti da glaucoma non segua correttamente la terapia prescritta. Questo accade per diversi motivi:

  • età avanzata;
  • pigrizia;
  • dimenticanza;
  • ma anche perché il glaucoma è una patologia tutto sommato asintomatica, e dunque il paziente ha la sensazione di stare bene.

Fonte: Ncbi.Nlm.Nih.gov

Concludendo, il consiglio è: fate in modo di mettervi alla guida nella piena consapevolezza dello stato di salute del vostro apparato visivo. Come ci suggerisce il dr Myers, trascurare il glaucoma può rivelarsi pericoloso per noi stessi, ma anche per chi ci circonda.

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gel - Neovision Cliniche Oculistiche

Mano a mano che il tempo passa la ricerca scientifica applicata sia all’oftalmologia sia a molte altre branche della medicina fa davvero passi da gigante, lasciando sempre meno spazio all’immaginazione. Oggi è la volta di una scoperta che, se applicata concretamente alla medicina oftalmica, potrebbe portare indubbio beneficio a tutti quei pazienti che soffrono di patologie della cornea in uno stadio piuttosto avanzato. 

La scoperta: un materiale in gel capace di riparare i danni alla cornea

La novità alla quale ci riferiamo non è ancora approdata concretamente al mondo della chirurgia oftalmica ed è ancora in fase sperimentale. Tuttavia, se confermata, essa potrebbe davvero assumere la valenza di una piccola grande rivoluzione per i pazienti affetti da patologie della cornea. Al momento molti di questi pazienti devono fare i conti con la possibilità di affrontare una cheratoplastica. La ricerca in questione è stata condotta da Reza Dana, docente di oftalmologia alla Harvard Medical School di Boston, e responsabile del servizio Cornea e Chirurgia Refrattiva al Massachussets Eye and Ear. La ricerca ha consentito di mettere a punto uno speciale materiale in gel adesivo capace di riparare la cornea anche laddove questa sia gravemente compromessa dall’avanzamento di una patologia come per esempio il cheratocono.

Un processo di rigenerazione cellulare attivato da un raggio di luce ultravioletta

Questo gel contiene al suo interno delle molecole che si attivano con la luce blu. Grazie ad una speciale tecnologia, esse si fondono con quelle naturalmente presenti sulla cornea dando vita a nuove cellule più resistenti e sane. Il principio che sta a monte ricorda vagamente quello di un’altra procedura attualmente in uso per il trattamento del cheratocono, il cross linking corneale. Quest’ultimo ha lo scopo di rinforzare i legami tra le molecole che formano la cornea e prevede l’applicazione topica di riboflavina attivata da uno speciale raggio di luce ultravioletta.

I limiti della scoperta

Come detto, la scoperta se confermata avrà senza dubbio dei risvolti interessanti per molte persone affette da patologie anche gravi della cornea. Al momento però il gel individuato e messo a punto dal professor Reza Dana necessita di essere ulteriormente testato. Il dubbio avanzato da molti studiosi è che il processo di polimerizzazione della molecola tramite luce blu, possa dar vita ad una porzione di tessuto corneale rinnovata e rigenerata ma non completamente trasparente.

Le cellule di collagene delle quali è fatta la cornea sono disposte, per natura, in modo perfettamente parallele le une alle altre. Questa disposizione garantisce la perfetta trasparenza della struttura e il passaggio dei raggi solari.

Se il gel dovesse rigenerare il tessuto corneale ma non garantirne la perfetta trasparenza, l’aver trattato la lesione potrebbe comunque non garantire l’effetto sperato al paziente, ovvero non restituire la visione perfettamente nitida. Non ci resta che attendere i risultati dei nuovi test che il professor Dana condurrà in futuro, per sapere se il benessere di molti pazienti – affetti per esempio da cheratocono – potrà dipendere anche da questo innovativo materiale in gel. 

Fonte: Science Advances

Secondo i risultati di diverse ricerche scientifiche, esiste un legame di proporzionalità diretta tra la crescita corporea e lo sviluppo nonché la funzionalità di alcuni organi durante il periodo dell’infanzia. Oggi, una nuova ricerca mette in diretta correlazione il peso corporeo alla nascita ed il potere corneale. Vediamo quali sono le conclusioni. 

Lo studio in questione, i cui risultati sono apparsi recentemente su PlosOne, aveva lo scopo di analizzare gli effetti del peso alla nascita sulla morfologia oculare, sulla capacità refrattiva e sulla funzione visiva in giovani preadolescenti nella fascia d’età dai 12 ai 15 anni. Nel corso della ricerca, sono stati presi in esame i dati contenuti nel National Health and Nutrition Examination Survey sulla correlazione tra peso corporeo alla nascita e la funzionalità dell’apparato visivo.

Le conclusioni dello studio sono state le seguenti:

  1. esiste una relazione di proporzionalità inversa tra il peso alla nascita ed il potere corneale: i bambini nati con un peso alla nascita inferiore alla media hanno, durante la preadolescenza, un potere corneale maggiore;
  2. non esiste una relazione tra un peso alla nascita inferiore alla media, capacità refrattiva ed acuità visiva che si protragga fino alla preadolescenza. Tale correlazione si verifica solamente durante l’infanzia.

Fonte: PlosOne

FOR KIDS: prenota oggi una visita oculistica pediatrica

Non vi è tappa della vita che possa prescindere dall’appuntamento con la salute e con la prevenzione. Se hai dei bambini, comincia a fare prevenzione già da oggi prenotando FOR KIDS, la visita oculistica specialistica approfondita pensata proprio per i più piccoli di casa. Gli occhi dei bambini, infatti, per quanto “nuovi”, non sempre sono perfetti: dalla nascita fino ai primi anni di scuola è bene verificare l’eventuale presenza – per esempio –  di patologie congenite, occhio pigro o difetti visivi. Per prenotare chiama lo 02 30317600

 

Le iniezioni intravitreali rappresentano un trattamento efficace per contrastare la progressione della degenerazione maculare senile essudativa. Il Mancherster Royal Eye Hospital ha recentemente pubblicato sulla rivista American Journal of Ophtalmology i risultati di una ricerca volta a valutare la presenza di ansia e depressione nei pazienti che si sottopongono alle iniezioni anti-VEGF per il trattamento della patologia. Tuttavia, molti dei timori sperimentati dai pazienti sono del tutto infondati. Cerchiamo di spiegarne i motivi. 

Premessa: cosa sono le iniezioni anti-VEGF

La terapia a base di iniezioni intravitreali anti-VEGF rappresenta un’arma efficace per contrastare la degenerazione maculare senile essudativa. Quest’ultima è una forma di degenerazione della macula – la parte centrale della retina, situata proprio in corrispondenza della papilla del nervo ottico – deputata alla visione centrale ed alla percezione del colori. Nella forma essudativa, la degenerazione maculare senile si verifica quando, sulla membrana sottostante alla retina, chiamata coroide, si ha una crescita anomala di vasi sanguigni, innescata da una particolare proteina detta VEGF. La ricerca medica ha messo a punto un farmaco, detto anti-VEGF, che permette di contrastare con efficacia questa proliferazione di vasi sanguigni e di offrire beneficio proprio a chi soffre di degenerazione maculare senile essudativa.

L’obiettivo della ricerca ed i suoi risultati

L’obiettivo della ricerca condotta dai ricercatori del Manchester Royal Eye Hospital era quello di sondare i livelli di ansia e depressione nei pazienti sottoposti ad iniezioni intravitreali, ovvero vagliare lo stato psicologico di chi si sottopone con una certa periodicità a trattamenti invasivi. Effettivamente, nonostante il miglioramento oggettivo del quadro clinico del paziente e dunque della capacità visiva, la ricerca ha evidenziato la presenza di ansia e depressione dovute alla paura di sottoporsi alle iniezioni intravitreali, soprattutto nelle prime fasi del trattamento. (fonte: Ajo.com)

In cosa consiste il trattamento con iniezioni intravitreali

La terapia consiste in tre iniezioni intravitreali seguite da altre, fino ad un totale di 6/8 iniezioni nell’arco del primo anno di trattamento. Recentemente peraltro, l’Unione Europea ha stabilito che l’oculista abbia facoltà decidere, compatibilmente con la risposta del paziente al trattamento, come cadenzare le iniezioni successive alle prime tre. (fonte Bayer.de).

Niente paura! Il segreto è affidarsi ad un oculista di grande esperienza

Il timore infondato che il farmaco non dimostri la sua efficacia e la paura (altrettanto infondata) di subire danni oculari a seguito delle iniezioni, contribuiscono ad alimentare uno stato di ansia e di depressione che trova miglioramento solamente laddove il medico dimostri comprensione ed empatia verso i pazienti, instaurando con essi un legame che trascenda la pura esecuzione di una pratica medica per sfociare nella costruzione di un vero rapporto di fiducia tra medico e paziente.

Un trattamento efficace, sicuro ed indolore

Nonostante si tratti di un trattamento invasivo, le iniezioni intravitreali vengono praticate da oculisti esperti con aghi sottilissimi: non si tratta dunque di una procedura dolorosa, né pericolosa. Inoltre, queste iniezioni si sono dimostrate molto efficaci nel trattamento della patologia. E’ naturale sperimentare un pò di ansia nel momento in cui ci si sottopone ad un intervento invasivo, ma la scelta di un oculista esperto con il quale instaurare un rapporto di fiducia basato sul dialogo, sicuramente vi aiuterà ad affrontare le iniezioni anti-VEGF con maggiore serenità.

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i piu intelligenti hanno bisogno degli occhiali

Dovendo chiudere gli occhi ed immaginare il “secchione” della classe, o per dirla con un termine più al passo coi tempi il “nerd”, sicuramente lo visualizzereste “occhialuto”, a bordo della sua bici, ad allontanarsi verso casa con il suo carico di libri, mentre i compagni si trattengono fuori dalla scuola tra una chiacchiera e l’altra. Ebbene, oggi la scienza non fa che confermare uno dei dettagli di questa scena così vivida e presente nell’immaginario collettivo: è proprio vero, infatti, che i più intelligenti portano gli occhiali. Insomma, il legame tra intelligenza e difetti visivi non sarebbe affatto casuale. 

Chi ha bisogno degli occhiali è più intelligente: ecco cosa dice la scienza

I ricercatori dell’Università di Edimburgo hanno preso in esame, in un recente studio pubblicato su Nature Communications, il rapporto tra funzioni cognitive e difetti visivi. Gli studiosi hanno preso in esame i dati genetici e le capacità cognitive di oltre 300 mila persone di diverse fasce d’età, tra i 16 ed i 102 anni. La conclusione dello studio è stata che vi sono delle correlazioni positive, ovvero delle relazioni di causa-effetto, tra alcune funzioni cognitive misurate attraverso dei test di intelligenza (QI) e la predisposizione a sviluppare alcune patologie ed alcuni difetti visivi.

Ecco spiegato perché chi ha bisogno degli occhiali è più intelligente

Stando ai risultati degli studi condotti dai ricercatori, i soggetti che nei test del QI si sono maggiormente distinti rispetto agli altri hanno il 30% in più di possibilità di sviluppare difetti visivi (sulla base delle loro caratteristiche genetiche). E non solo: a quanto pare questi soggetti sarebbero più longevi e meno inclini a sviluppare problemi cardiovascolari. Nonostante questo interessante studio non faccia che confermare l’immagine che campeggia nell’immaginario collettivo e dunque non ci stupisca in particolar modo, è anche vero che valutare “l’intelligenza” di una persona attraverso dei semplici test del QI può avere dei limiti, così come associare le caratteristiche del DNA di un soggetto alle sue capacità cognitive può mostrare aspetti insidiosi e di difficile interpretazione.

Vuoi fare a meno degli occhiali, ma non della tua intelligenza?

Ora che hai appurato – in base alla scienza – che probabilmente sei più intelligente di chi ti circonda, puoi decidere di conservare la tua intelligenza e fare comunque a meno degli occhiali. Scopri come fare a meno di lenti ed occhiali, prenota il tuo appuntamento per una visita oculistica specialistica presso una delle nostre cliniche Neovision, chiamando dal lunedi al venerdi dalle 9.00 alle 19.00 allo 02 30317600.

Fonte: Nature Communications

cataratta congenita

Quando si sente parlare di cataratta solitamente si pensa ai soggetti più anziani, che notoriamente vanno incontro ad una opacizzazione del cristallino e molto spesso ricorrono ad un intervento per risolvere la patologia. Eppure, vi sono diverse altre tipologie di cataratta, alcune meno note, altre forse di più, con cause non sempre fisiologiche e che colpiscono soggetti di diverse fasce d’età. Una di queste tipologie è la cataratta congenita. Un team di studiosi italiani oggi sta unendo le forze per approfondire la conoscenza intorno a questa patologia. Vediamo di che si tratta.

Cataratta congenita: di cosa di tratta

La cataratta congenita, ce lo suggerisce la parola stessa, è tale in quanto si manifesta sin dalla nascita. Ciò che oggi si sa a proposito di questa patologia, è che si può manifestare mono o bilateralmente, e che spesso la sua causa è genetica, ma non solo. La cataratta congenita può anche essere la conseguenza dell’esposizione a raggi x o dell’assunzione di particolari farmaci da parte della madre in fase gestazionale, nonché di alcune malattie specifiche sempre della madre nei primi tre mesi di gravidanza, quali parotite, rosolia, varicella o herpes sistemico.

Un team di studiosi al lavoro per approfondire le cause della cataratta congenita

La cataratta congenita ad oggi è una delle maggiori cause della cecità infantile a livello mondiale, con una percentuale che talvolta tocca quota 20%: tuttavia, se diagnosticata e trattata in tempo, essa è curabile. Ecco perché l’Onlus Cataratta Congenita Oggi, con un team di studiosi dell’oculistica pediatrica e genetica medica dell’Ospedale Niguarda di Milano, in collaborazione con gli studiosi di Medicina Molecolare dell’Università di Pavia, ha dato recentemente il via ad uno studio volto a conoscere meglio le origini della cataratta congenita, con particolare riferimento alla sua origine genetica, in merito alla quale vi sono ancora molte incognite da risolvere.

Cataratta congenita: una causa genetica ancora da approfondire

Anche se, come già detto, la cataratta congenita è causata da fattori genetici, questi sono ancora poco chiari. Quel che è chiaro ad oggi è che sono 29 i geni associati alla patologia, ma non sempre la mutazione di un gene porta la malattia ad avere le medesime caratteristiche, così come, al contrario, quando la malattia si presenta in soggetti diversi con le stesse caratteristiche, succede che i geni responsabili della sua manifestazione siano differenti. La strada per conoscere fino in fondo tutti gli aspetti della cataratta congenita è dunque ancora piuttosto lunga.

Parola d’ordine prevenzione

Accertare l’eventuale presenza di patologie congenite, così come verificare lo stato di salute degli occhi e la capacità visiva dei più piccoli è fondamentale per garantire loro un’infanzia serena e spensierata, nonché un inserimento nella scuola al massimo delle loro potenzialità sia per ciò che concerne il rendimento, sia a livello di socializzazione con i coetanei.

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sindrome di down e cheratocono

E’ uscito recentemente su Jama Network un interessante studio volto a mettere in luce le caratteristiche morfologiche della cornea dei soggetti affetti da Sindrome di Down, con l’obiettivo di comprendere se queste possano predisporre o meno all’insorgenza di altre patologie come per esempio il cheratocono. 

Le patologie dell’occhio nei pazienti con Sindrome di Down

Obiettivo dello studio era quello di indagare la frequenza della presenza di caratteristiche morfologiche atipiche nelle cornee di pazienti affetti da Sindrome di Down, e di valutare la presenza o meno di cheratocono in questi soggetti. In generale, ci sono diverse patologie dell’occhio che possono colpire i pazienti con Sindrome di Down:

  1. disturbi della motilità oculare
  2. difetti refrattivi
  3. cataratta
  4. altre patologie

1- I disturbi della motilità oculare che colpiscono i malati di Sindrome di Down sono lo strabismo ed il nistagmo.

2 – Per ciò che concerne i difetti refrattivi, la correzione si effettua tramite l’uso di occhiali, così come avviene nei pazienti che non soffrono di Sindrome di Down. Solo in rari casi si ricorre alla chirurgia refrattiva.

3 – Anche la cataratta è una patologia connessa alla Sindrome di Down. In questo caso non si tratta di una forma senile, ma di una forma che può fare la sua comparsa ben prima dell’età avanzata e che non sempre viene trattata con la chirurgia oftalmica.

4 – Tra le altre patologie oculari che colpiscono i malati di Down, segnaliamo la blefarite ed il cheratocono. Ed è proprio quest’ultima ad essere connessa allo studio che stiamo oggi prendendo in esame.

Caratteristiche morfologiche della cornea nei soggetti con Sindrome di Down

Lo studio ha evidenziato come oltre il 70% dei pazienti con Sindrome di Down presenti caratteristiche morfologiche corneali assimilabili a quelle dei pazienti con cheratocono. Un dato che non stupisce e che già era emerso precedentemente in letteratura. Di conseguenza, lo studio suggerisce che vi sia una maggiore incidenza di cheratocono nei pazienti con Sindrome di Down, mettendo in luce la necessità di effettuare su di essi più prevenzione e più controlli sulla cornea al fine di intervenire quanto prima con le necessarie misure terapeutiche e di evitare successive spiacevoli complicazioni. Non dimentichiamo, infine, che un corretto, accurato e puntuale trattamento delle patologie oculari nei pazienti affetti da Sindrome di Down, ha effetti positivi non solo sulla salute e sul benessere visivo, ma anche sulla situazione generale del paziente, con un generale miglioramento della sua autonomia e di conseguenza anche della sua possibilità di interazione sociale.

Fonte: Jama Network

colesterolo e cataratta quale connessione 2

Che avere il colesterolo alto faccia male, è fuori dubbio. Il colesterolo “imputato” di mettere a repentaglio la nostra salute, con conseguenze spiacevoli per il nostro sistema cardiocircolatorio, è il colesterolo LDL, ovvero quello che generalmente viene chiamato “cattivo”. Alcuni studi recenti hanno evidenziato che a correre dei rischi sarebbero anche i nostri occhi. Scopriamone il motivo.

Colesterolo alto e cataratta: una connessione non del tutto confermata

Uno studio condotto su un gruppo di volontari cinesi ha mostrato come avere il colesterolo LDL particolarmente alto sia un fattore di rischio per lo sviluppo della cataratta senile. Nello studio, condotto presso l’ospedale universitario di Shangai, sono stati coinvolti 219 soggetti aventi già sviluppato una cataratta senile e 218 soggetti di controllo. I due gruppi non mostravano differenze per età e genere, mentre invece ne mostravano in fatto di abitudini alimentari, indice di massa corporea e pressione sanguigna. Lo studio ha mostrato come i livelli di trigliceridi, colesterolo LDL e colesterolo HDL fossero significativamente più alti nei soggetti con cataratta. Tuttavia, anche se la correlazione tra colesterolo alto e cataratta è emersa, non è certo che il primo rappresenti un fattore di rischio per la seconda: un argomento ampiamente dibattuto, che non ha ancora trovato una risposta né una prova scientifica certa. A conclusione dello studio, gli autori suggeriscono che sia comunque fondamentale tenere sotto controllo le abitudini alimentari ed i valori del sangue della popolazione, al fine di evitare spiacevoli conseguenze che potrebbero, forse, ripercuotersi anche sulla vista.

Fonte: BMJ Journals

E che dire delle statine?

Non è infrequente assumere statine per tenere a bada il colesterolo: eppure, un recente studio pubblicato su Jama Ophtalmology ha evidenziato come questi farmaci abbiano potenzialmente un effetto negativo sulla vista, con particolare riferimento ad un aumento del rischio di sviluppare la cataratta senile. La ricerca ha preso in esame 6972 coppie di soggetti formate da una persona che assume statine ed una che non le assume, concludendo che chi assume i farmaci anticolesterolo ha un 9% in più di possibilità di andare incontro a cataratta. Anche in questo caso, non tutti gli studiosi concordano sul fatto che vi sia una reale connessione tra l’uso di statine e l’insorgenza della cataratta.

Fonte: Jama Ophtalmology

Cataratta: alla ricerca delle sue cause

Anche se gli studi sopra citati danno adito a dubbi e perplessità e non convincono in toto la comunità scientifica, è fondamentale mettere a punto degli studi che vadano alla ricerca delle cause dell’insorgenza della cataratta in alcuni soggetti piuttosto che in altri, per il forte impatto che essa ha sulle popolazioni di gran parte del mondo, dove la popolazione anziana è in costante aumento e dove un aumento di casi di cataratta porta ad un incremento dei costi assistenziali e ad una riduzione drastica degli anziani indipendenti dal punto di vista motorio e, a lungo andare, anche cognitivo.

Intervento per la rimozione della cataratta. Parola d’ordine: informare

E non solo: se da un lato è fondamentale ricercare le cause della cataratta, dall’altro è importante informare la popolazione circa la possibilità, oggi, di sottoporsi all’intervento per la rimozione della cataratta. L’intervento per la rimozione della cataratta prevede la sostituzione del cristallino ed offre innumerevoli vantaggi, consentendo di affrontare la terza età con serenità e soprattutto in autonomia. L’intervento per la rimozione della cataratta consiste nella nella sostituzione del cristallino, la lente naturale dell’occhio, che con il passare del tempo tende ad opacizzarsi. L’opacizzazione del cristallino porta con sé una serie di sintomi spiacevoli, come la visione appannata e fuori fuoco e la percezione dei colori meno vividi di un tempo. Talvolta la cataratta viene confusa con altre patologie oculari e si pensa semplicemente di essere soggetti ad un calo della vista. Una visita accurata potrà accertare l’eventuale presenza della patologia, e consentire di pianificare se necessario l’intervento di rimozione della cataratta.

 

verdure a foglia prevengono glaucoma angolo aperto

Intere generazioni di mamme e di nonne ci hanno ripetuto per anni che mangiare carote e cibi di colore arancio fa bene alla vista. Effettivamente è così, ma oggi una ricerca scientifica ha dimostrato che le verdure a foglia fanno ancora meglio. Ma cerchiamo di capire meglio a chi e in quali casi. 

La ricerca alla quale ci riferiamo è stata pubblicata sulla rivista scientifica JAMA Ophtalmology, ed ha evidenziato come una dieta ricca di verdure a foglia riduca significativamente il rischio di sviluppare un glaucoma ad angolo aperto. Numeri alla mano, chi consuma una buona quantità di alimenti vegetali ricchi di ossido nitrico ha un 20-30% in meno di possibilità di sviluppare un glaucoma ad angolo aperto, nonchè un 40-50% in meno di andare incontro ad una perdita precoce della visione centrale.

4 grandi categorie di consumatori di verdure

La ricerca, condotta dal professor Jae Kang del Brigham & Women Hospital dell’Harvard Medical School, ha preso in esame – attraverso la somministrazione di specifici questionari via email – l’apporto dietetico di un gruppo di uomini e di donne partecipanti rispettivamente all’Health Professionals Follow-up Study ed al Nurse Health Study. In totale, il team del professor Kang ha preso in esame le risposte di ben 63 mila donne e 41 mile uomini, che sono stati poi suddivisi in 4 categorie di consumatori di verdure:

1 – consumatori di verdure verdi (lattuga, spinaci)

2 – consumatori di crucifere (broccoli, cavoli)

3 – consumatori di patate e cipolle

4 – consumatori di pomodori (crudi o sotto forma di salsa)

Verdure a foglia verde: tutti i benefici dell’ossido nitrico

Al termine della ricerca, il professor Kang ed il suo team di lavoro hanno evidenziato come i consumatori di verdure verdi fossero maggiormente protetti per ciò che concerne lo sviluppo di un glaucoma ad angolo aperto e la perdita di visione centrale rispetto ad i consumatori degli altri tre gruppi di vegetali. Dal punto di vista chimico, l’ipotesi sostenuta dalla ricerca è che l’ossido nitrico (NO) aiuti la circolazione sanguigna nelle zone della macula soggette allo stress della pressione intraoculare tipica del glaucoma ad angolo aperto, e che zeaxantina e luteina presenti proprio in questo genere di vegetali, si fissino nei tessuti di questa zona dell’occhio anche in quantità elevate, cosa che invece il beta carotene non riesce a fare. Non dimentichiamo, inoltre, che le verdure a foglia verde apportano un notevole apporto di flavonoidi, folati, sostanze antiossidanti e vitamina A.

Insomma, la natura come sempre ci viene incontro nell’aiutarci a mantenere il nostro corpo ed il nostro apparato visivo in forma più che mai. Non ci resta che approfittarne facendo il pieno di verdura a foglia verde.

Fonte: JamaNetwork

 

dislexia

La dislessia è un disturbo che, in Italia, colpisce quasi due milioni di persone. E’ noto a tutti che si tratta di un disturbo della lettura e dell’apprendimento che esordisce generalmente con l’avvicinarsi del soggetto alla scuola dell’obbligo. Pochi sanno, però, che la difficoltà nell’approcciarsi ai testi scritti è, secondo alcuni studiosi, conseguenza di un problema visivo. Secondo altri, invece, la sede dell’origine del disturbo sarebbe il cervello. Vediamo di capire meglio entrambe le teorie.

Simmetria dei recettori: ecco la causa della dislessia

Già l’anno scorso, due ricercatori francesi dell’Università di Rennes hanno segnalato come vi possa essere una connessione tra la dislessia ed un problema alla retina. Lo studio presentato in quell’occasione sottolineava come la dislessia potesse essere conseguenza di una distribuzione simmetrica dei fotorecettori responsabili della traduzione del segnale luminoso in informazione. Nei soggetti non dislessici, questi recettori non sono simmetrici, e si ha un occhio cosiddetto “dominante”: sarà il cervello, poi, ad interpretare e decodificare le informazioni ricevute ed a tradurle in una visione perfetta. Nei soggetti dislessici, invece, entrambi gli occhi recepiscono i segnali luminosi allo stesso identico modo, ragion per cui non vi è un occhio dominante: la mancata asimmetria, confonde il cervello, che non riesce ad interpretare correttamente l’informazione ricevuta.

Esiste un trattamento ?

Gli studiosi hanno stimolato gli occhi dei soggetti dislessici con dei flash luminosi a led impercettibili all’occhio umano, con l’obiettivo di “disturbare” uno dei due occhi annullandone la percezione ed andando a cancellare la simmetria. I risultati sono incoraggianti, tuttavia questa teoria non è stata del tutto confermata e provata scientificamente. Serviranno ulteriori studi per confermarla e provarla in modo definitivo.

Percezione globale o locale? Una nuova teoria

Allo studio sopra citato, se ne è affiancato recentemente un altro, questa volta a cura di alcuni studiosi italiani, coordinati dal Prof. Andrea Facoetti dell’Università di Padova, per conto dell’IRCCS Medea di Bosisio Parini (LC). Lo studio in questione ha evidenziato come, nei soggetti dislessici, la percezione locale venga prima di quella globale. In soggetti non dislessici, il mondo circostante viene percepito dapprima per le sue caratteristiche globali – e qui interviene l’emisfero destro – e successivamente per quelle cosiddette locali – a cura dell’emisfero sinistro. I soggetti che invece tendono ad invertire la percezione degli stimoli esterni anteponendo il locale al globale, vedono un’attivazione in primis dell’emisfero sinistro e successivamente del destro.

Conclusioni

Le conclusioni che questa scoperta ci porta ad evidenziare, sono due. La prima ci suggerisce che lo sviluppo della dislessia non è solo imputabile ad un “errore” dell’emisfero sinistro, ma di entrambi gli emisferi. La seconda è che, riuscendo ad individuare i soggetti che antepongono la percezione locale a quella globale già dalla primissima infanzia, è possibile prevedere l’esordio della dislessia in età scolare.

Dislessia, quali rimedi?

Le informazioni delle quali la scienza è in possesso relativamente alla dislessia, dunque, non sono poche. Ma la domanda che ci poniamo è: c’è la possibilità di correggere questo disturbo? Sembra proprio di sì. Gli studiosi hanno infatti sviluppato dei particolari videogiochi che allenano il cervello ad una percezione corretta degli stimoli esterni, migliorando così le abilità di lettura del soggetto.

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