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Retinopatie e Glaucoma: prevenzione Neovision insieme a Zeiss!

Lo sviluppo delle nanotecnologie e la loro applicazione al campo medico non smette mai di sorprenderci, e ci regala sorprese ogni giorno più inaspettate. L’ultima sorpresa in ordine di tempo ci è giunta qualche settimana fa, quando i ricercatori della Harvard Paulson School hanno sviluppato un occhio artificiale in grado di “restituire” la vista a chi purtroppo l’ha perduta. Vediamo di che si tratta.

Il dispositivo del quale stiamo parlando è stato pensato e sviluppato dai ricercatori della Harvard John A. Paulson School, ed è stato presentato il 23 febbraio 2018 in occasione della Conferenza Internazionale organizzata dalla Royal Institute for the Blind di Londra. L’occhio artificiale in questione, che possiamo definire senza timore di sbagliare “bionico”, è un innovativo dispositivo in grado di restituire almeno parte della visione perduta ai non vedenti. Una scoperta rivoluzionaria e ambiziosa, che riempie di gioia e di aspettative sicuramente chi da sempre spera di recuperare almeno un minimo di capacità visiva.

Come funziona il dispositivo progettato dai ricercatori

Il dispositivo presentato dalla Harvard Paulson School è un occhio artificiale un pò complesso: si compone di un paio di occhiali dotati di videocamera. Nell’occhio del paziente, invece, viene impiantato un microchip. Già qualche giorno fa vi avevamo parlato della possibilità di impiantare un michochip in pazienti con gravi problemi alla retina, per restituire loro almeno un minimo di visione, seppur sfocata ed imprecisa. In questo caso, al paziente viene impiantato nel bulbo oculare un microchip; la telecamera posta sugli occhiali invia le immagini al microchip, che a sua volta le invia al cervello previa stimolazione delle terminazioni nervose dell’occhio. Il cerchio si chiude quando il cervello restituisce l’immagine – non ad alta definizione, bensì approssimativa – catturata dalla videocamera all’occhio.

Qual è la novità di questo innovativo occhio artificiale?

Non è la prima volta che, in giro per il mondo, tra università e centri di ricerca, viene progettato un occhio artificiale con microchip da impiantarsi nell’occhio per aiutare chi ha gravi problemi oculari a recuperare almeno un minimo di visione. Il vantaggio di questo dispositivo è quello di agire proprio come un occhio umano, riuscendo ad accomodare ed a modificare il fuoco in tempo reale. L’obiettivo, per il futuro, è non solo quello di migliorare e perfezionare il dispositivo, ma anche quello di superare i limiti dell’occhio umano, portandolo a correggere, sempre in tempo reale, anche le aberrazioni, come per esempio quelle dovute all’astigmatismo. Un progetto senza dubbio ambizioso, che apre le porte ad ulteriori fasi di questa ricerca che sta risvegliando l’interesse tanto della comunità scientifica quanto dei tanti ipovedenti o non vedenti che confidano nel progresso della tecnologia per riuscire a recuperare almeno una minima parte della visione perduta.

C’è ancora molta strada da fare

Naturalmente, anche in questo caso la ricerca deve fare ancora molta strada, e l’occhio artificiale sviluppato dai ricercatori, altrove definito “occhio bionico” non è nemmeno stato ancora testato su esseri umani. Non ci resta che seguirne da vicino l’andamento, per scoprire gli ulteriori progressi della tecnologia posta al servizio della medicina.

Fonte: Seas.Harvard.Edu

nuvole

Dal buio alla luce. E’ di pochi giorni fa la notizia del primo impianto al mondo di “occhio bionico” in una donna di 50 anni. L’intervento, eseguito presso l’ospedale S.Raffaele di Milano, è stato lungo e delicato, ed ha consentito di impiantare sotto la retina della paziente un microscopico microchip capace di sostituirsi a coni e bastoncelli danneggiati da una retinopatia. Vediamo come.

Occhio bionico: realtà o fantascienza?

Fino ad una manciata di anni fa, l’idea di avere un occhio “bionico” avrebbe fatto trasalire chiunque. Oggi che la tecnologia è diventata la grande protagonista delle nostre esistenze e che tutti siamo consapevoli che senza di essa il nostro quotidiano sarebbe forse più difficile da gestire, sentir parlare di microchip impiantati nella retina non appare poi così strano. Rivoluzionario sì, ma comunque non fantascientifico.

1600 sensori in soli 3 millimetri

L’intervento del quale stiamo parlando è frutto di una lunga ricerca portata avanti nel corso degli ultimi anni da un’azienda tedesca, Retina Implant. Il microchip, Alpha AMS, è grande circa 3 mm, e contiene 1600 sensori capaci di sostituirsi ai fotorecettori danneggiati. Il microchip svolge esattamente il lavoro dei fotorecettori, convertendo la luce in stimolo elettrico, e convogliandolo al nervo ottico.

Un piccolo microchip per un grande “lavoro”

Non è la prima volta che si cerca di impiantare un microchip in soggetti aventi una grave retinopatia, ma mentre negli interventi svolti in passato il paziente doveva poi avvalersi di un ausilio esterno per completare la decodifica dell’impulso luminoso (fotocamera, cuffie e altro), in questo caso il microchip è autosufficiente e lavora in completa autonomia, proprio come farebbero coni e bastoncelli “in natura”.

Cosa aspettarsi dal microchip?

Se è vero che la tecnologia applicata alla medicina fa passi da gigante, è anche vero che bisogna saper avere la saggezza di riporre le proprie speranze per un futuro migliore in aspettative quanto mai obiettive ed aderenti alla realtà. Il microchip del quale vi abbiamo parlato non restituisce la vista perduta, ma riesce a trasformare le ombre in luci ed a ridefinire i contorni delle cose. Grazie agli impulsi elettrici forniti dal microchip, il paziente torna a distinguere il giorno e la notte, la luce e il buio e le sagome dei propri cari tornano a prendere forma e sostanza. Ad ogni modo, la strada da fare è ancora lunga, e queste procedure sono, ad oggi, ancora ad un livello altamente sperimentale. Un domani, chissà, l’impianto del microchip sulla retina sarà una procedura comune: per ora accontentiamoci di seguire da vicino i progressi della ricerca.